I Fratelli Bianchi: 40 anni in difesa del territorio

 Angelo e Gianni Bianchi, nell'aia della Cascina.

Angelo e Gianni Bianchi, nell'aia della Cascina.

«Noi siamo nati qui, io addirittura qui in casa, con la levatrice di Quarto Cagnino e la sciura Ernesta che l’aiutava. Le nostre radici sono qui e per fortuna siamo riusciti a contagiare altre persone, a farle amare questo luogo, ad aiutarci a difenderlo». È Gianni Bianchi che racconta – e può farlo per ore, senza dimenticare una data, un nome – la lunga storia che lega lui e suo fratello Angelo alla Cascina Linterno.

La Cascina è una naturale porta d’ingresso al Parco Agricolo Sud, sul lato ovest della città, avamposto della campagna nel punto in cui cede all’urbanizzazione. La famiglia Bianchi è arrivata qui nel 1889 e nel 1915 è diventata proprietaria di una delle tre aziende agricole della cascina. Angelo e Gianni, da nipoti di agricoltori, sono diventati operai e impiegati, ma hanno sempre continuato a tornare qui, a lavorare la terra nei fine settimana e poi a tenere viva la cascina, ora che sono in pensione e possono liberare tutte le loro energie per quello che hanno veramente a cuore. A diffondere la “linternite” come dicono loro, una passione civile verso un luogo simbolo della storia agricola di Milano.

Venti anni fa questa cascina ha rischiato di diventare un residence. Se le cose sono andate diversamente è per la tenacia di questi due signori e di quelli che li hanno aiutati. Comunque la mettano giù a me la loro battaglia sembra una resistenza vittoriosa al peggio degli anni Ottanta e Novanta, quelli del cemento a tutti i costi e della Milano da bere.

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«I piani regolatori degli anni 80 parlavano chiaro: “Milano è una città industriale, l’agricoltura deve sparire e al suo posto dobbiamo costruire case" – racconta Angelo - un indirizzo urbanistico folle, che sin dal secondo dopo guerra ha distrutto un patrimonio agricolo inestimabile.»  Nel '92 il proprietario della cascina, il gruppo Cabassi, ottiene il via libera su un progetto per trasformarla in residence e cancellarne la dimensione agricola. All’epoca in cascina c’era un agricoltore che curava i terreni e concedeva gli spazi per le attività di quartiere, organizzate qui dai fratelli Bianchi sin dai primi anni '80.

La cascina rispose creando l’associazione Amici Cascina Linterno, che riuscì, in un modo che stupisce ancora oggi persino loro, a ribaltare la decisione del Comune, che accolse le richieste dell’associazione e di fatto rese impraticabile la conversione residenziale. «In quella incredibile nottata del dicembre '94, una seduta comunale, terminata alle 4 di mattina, stabilì che la cascina doveva restare agricola» racconta fiero Gianni.

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I tormenti tornano nel 2002 quando il gruppo Cabassi vince la causa contro l’agricoltore: la cascina si svuota, via l’agricoltura e via anche le attività di quartiere. I Bianchi e l’Associazione riescono a rientrare solo qualche anno dopo, nel 2005, dopo un passaggio di proprietà (da Cabassi al Gruppo Borio Mangiarotti) e un imponente dispiegamento di energie. Poi nel 2010 la cascina diventa di proprietà del Comune ed è il Comune stesso stavolta a sgomberarla, per inagibilità. Due anni dopo i Bianchi sono nell’ufficio di Boeri in Comune («era il 21 dicembre, il giorno dei Maya!» ride Gianni), a firmare la convenzione che dava l’avvio a un progetto di ristrutturazione del Politecnico di Milano, grazie a un contributo della Fondazione Cariplo.

Tralascio tanti passaggi, tanti dettagli che i due fratelli mi raccontano in un pomeriggio ventoso, seduti in quella che un tempo era la scuola della cascina, un racconto che ho vissuto come una delle più intense immersioni nella storia recente di Milano, da quando vivo qui.

Sono quasi 40 anni che i Bianchi tengono vivo questo luogo in barba al passaggio delle epoche e perché lo fanno? «Perché con gli espropri e la cementificazione selvaggia, in 50 anni abbiamo distrutto un valore accumulato nei secoli in questo territorio! – Angelo ancora si indigna mentre lo dice – le marcite hanno lo stesso valore del Duomo e le hanno inventate i cistercensi a Chiaravalle. È stata l’agricoltura a fare la fortuna di Milano, grazie a un terreno fertile come pochi al mondo, per le tantissime risorgive (o fontanili) che dal dopoguerra abbiamo deviato, tombinato, inquinato per fare spazio a raffinerie, impianti siderurgici e case. Ora quel che è perso è perso, ma qualcosa si può ancora salvare».

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Quello che si può ancora salvare è la cultura del territorio ed è quello che i Bianchi stanno facendo con tenacia, grazie all’Associazione Amici Cascina Linterno: «noi non siamo agricoltori, è vero, ci definiamo agri-cultori. A noi interessa divulgare la storia di questo territorio, darne le chiavi di lettura: cos’è un fontanile, una marcita, una chiusa, una cava. I giovani devono saperlo e sapere che anche questa è cultura, perché possano difenderla in futuro, insieme ai luoghi che la ospitano.»

La Cascina è stata messa in sicurezza e rinnovata in alcune sue parti e nel 2015 è stata definitivamente riaperta al quartiere e alla città. Ogni anno vi si organizzano una quarantina di iniziative che la rendono di fatto uno dei luoghi di riferimento del quartiere, che qui viene per mercati, conferenze, rapidissime fughe verso un orizzonte rurale che sembra a cento chilometri dalla città. Le terre sono diventate di proprietà alla cascina contigua, la Caldera, ma l’anima agricola è salva grazie alla presenza di Mauro Veca, un apicoltore che qui ha trovato uno spazio per le sue api. E grazie ai fratelli Bianchi, ancora qui, pronti a parare i possibili colpi che riserverà il futuro.

 

Diletta Sereni