Alessandro di Donna, progettare una food forest

 Alessandro di Donna nella food forest che sta realizzando nei terreni di Cascina Sant'Ambrogio.

Alessandro di Donna nella food forest che sta realizzando nei terreni di Cascina Sant'Ambrogio.

Mi trovo a quattro chilometri dal Duomo di Milano e sono in mezzo a una food forest. È un boschetto di gelsi bianchi e rossi, meli, pioppi, robinie, olmi, ciliegi e tante altre specie che iniziano a dare i primi frutti. Alessandro di Donna, che ne ha gettato le basi e sta continuando a curarla, mi spiega di che si tratta: «è un ecosistema progettato per imitare la struttura resiliente di un bosco, per sfruttare l’interazione tra i suoi elementi e produrre delle cose utili: cibo e non solo.»

Oltre al cibo, infatti, una food forest produce fibra, foraggio e materiali che servono a fertilizzare naturalmente il suolo: ad esempio le foglie secche cadute dagli alberi, una volta che entrano in decomposizione, si arricchiscono di microrganismi preziosi per arricchire il terreno. Il sistema della food forest viene diviso per convenzione in sette livelli, dall’alta canopia (gli alberi più grandi) allo strato dei rizomi (i tuberi e tutto quello che sta nel sottosuolo): ogni livello interagisce con gli altri e lo scopo dell’intervento umano sta proprio esaltare l’utilità dei singoli elementi per nutrire la crescita del sistema.

 Cascinet è il progetto di rivalutazione di Cascina Sant'Ambrogio, periferia est di Milano.

Cascinet è il progetto di rivalutazione di Cascina Sant'Ambrogio, periferia est di Milano.

Siamo sul terreno di Cascinet, ovvero Cascina Sant'Ambrogio, a est di Milano, che da alcuni anni è diventata lo snodo di molti progetti di agricoltura urbana e integrazione sociale. All’ombra degli alberi di questa piccola “foresta” che sta nascendo, Alessandro racconta come è arrivato fino a qui:

«Mi sono avvicinato all’agricoltura con il servizio civile internazionale in Brasile. Sono rimasto per due mesi in una fattoria vicino a Curitiba, nel Paranà. Venivo da studi di informatica musicale e poi avevo aiutato mio padre ad avviare un bar biologico qui a Milano. Il viaggio in Brasile ha cambiato la mia prospettiva sul biologico e sull’agricoltura in generale: la fattoria dove ho prestato servizio era della rete Ecovida, un movimento di piccole aziende agricole familiari che per non essere risucchiate dall’agricoltura industriale hanno creato una rete e si supportano a vicenda su tutta la filiera. Ho letto nei loro occhi la volontà forte di riscattarsi attraverso il biologico e ho visto la loro battaglia, in uno dei paesi più plasmati dalla chimica e dalle monoculture.»

Un altro viaggio-studio, stavolta in Portogallo, lo porta nel mondo della permacultura: «ho conosciuto Doug Crouch in un ecovillaggio e lui mi ha introdotto alle food forest e al forest gardening. Un’esperienza che ha stravolto la mia concezione di ecologia e mi ha fatto capire la potenza dei meccanismi di interazione tra le piante.»

Con questo bagaglio Alessandro è tornato in Italia e ha vinto un bando della Confederazione Italiana Agricoltori, col quale ha avviato la costruzione della food forest dove ci troviamo adesso.

alessandro3.jpg

«Abbiamo piantumato gli alberi nel marzo 2016 e oggi iniziamo a vedere i primi risultati. Intanto c’è uno spazio vivibile, prima occupato solo da rovi e spazzatura, che è stato restituito alla cascina; e poi si è creata una bella integrazione con la famiglia rom che da tempo abita qui. Daniel, il padre, ha sempre la falce in mano e tiene sotto controllo la pressione delle erbe che spingono per riprendersi tutto.»

In questo piccolo bosco, che cresce nel delicato equilibrio tra spontaneità della natura e controllo da parte dell’uomo, passeggiamo tra kiwi e mirabolani, nashi e noccioli. C’è anche un albero di feijoa e uno di goji: «il punto è diversificare il più possibile, magari privilegiando varietà meno conosciute e con caratteristiche nutrizionali interessanti, come la feijoa appunto, che è ricchissima di vitamine e antiossidanti.»

bacche.jpg

La food forest non è ancora a pieno regime: «quello che vedi sono riuscito a farlo io quasi solo con le mie forze, ma l’idea è immaginare un percorso di formazione, che insegni alle persone a prendersi cura di una food forest e allo stesso tempo contribuisca alla sua realizzazione. Abbiamo circa 6000 metri quadrati, c’è spazio per la realizzazione di circa 40 gilde, che sono le unità base di una food forest. L’idea è che chi vuole possa adottare una gilda e occuparsi della sua evoluzione.»

A 29 anni Alessandro si definisce “un contadino” ed è già con la testa a nuove imprese agricole nella zona periurbana di Milano, come il recupero di campi abbandonati confinanti col quartiere Vigentino, nel sud della città. «È dura, non lo nego, specie a livello economico, ma mi piace l’umiltà delle persone che vivono in maniera semplice. E poi vorrei andare in Senegal e dedicarmi all’agricoltura in luoghi dove c’è bisogno di cibo, passarci almeno tre mesi l’anno. Per cui c’è ancora molto da studiare.»

Diletta Sereni